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Erasmo Macera

È nel cantiere di Mwense che Alberto conosce Erasmo, il “dutur”, ancora oggi in giro per il mondo (in Etiopia e con famiglia al seguito). Così tanto amici, quasi fratelli...

Erano i primi di gennaio del’87, paracadutato li, al COGEFAR CAMP di Mwense, nel mezzo delle immense swamps del Lwapula da appena 3 settimane. La mia prima Africa, i profumi, i colori e le sensazioni, il fascino dell’avventura e della libertà. Avevo dovuto superare l’esame della Comunità del Campo che si aspettava un medico del tipo barba grigia ed occhialini ed avevano invece visto arrivare un ragazzino “troppo–giovane–per–la–situazione”. Ma la malaria era la mia alleata nel superamento di quell’esame, e nel Lwapula di malaria ce n’era tanta, troppa. E... poi c’era stato De Nardin.Mi preparavo quindi per il mio primo weekend “premio” a Lusaka ed ero a casa, una villetta troppo–grande–per–un–single, ed ecco arrivare il capo campo, un uomo gioviale, ma con il peso di una moglie fuori più dei coppi e con tre bambini da tirar su.

– Doc, allora lo sai che sta per arrivare il nuovo maestro?
– Ah, sì?
– Sì. Ne abbiamo parlato in Amministrazione e la cosa migliore è che venga a stare qui da te. Che ne pensi?
– Non se ne parla, ora se permetti me ne vado a Lusaka.

Il Chesna impiegò le solite due ore di saliscendi tra la nuvole basse e la nausea ma, rispetto alle 10 ore di macchina, valeva la pena. La pioggia accompagnò l’atterraggio.
Lusaka, la città dell’eterna primavera, almeno cosi recitavano i poster turistici.
La COGEFAR guest house era in una zona residenziale, frangipane rossi, gialli, bianchi, rosa, non ne avrei più rivisti in tanti colori e tutti insieme. Un saluto al tuttofare Cogefar di Lusaka e via sotto la doccia. La sera incrocio un italiano capelli scuri, baffi curati.

- Ciao.
- Ciao
- Alberto.
- Erasmo
- Erasmo? Aha, il dutur?
- Sì. Il maestro?
- Sì, il maestro.

Cominciò così, più o meno. Non ricordo molto di quel weekend, ricordo però il viaggio di ritorno con il pilota indiano, che diceva di non bere mai la sera prima di un volo, e Alberto, pallido come un cencio per la nausea.
“Senti Albè, prima che arriviamo. Mi avevano detto di ospitare il maestro, ho detto di no. Ma tu quando vuoi puoi venire”. Dopo due giorni era a casa mia. 18 mesi di convivenza amichevole e divertente. Abbiamo frequentato le stesse persone, le stesse ragazze, le stesse discoteche itineranti nel bush (che roba!), gli stessi posti. Ci siamo anche invaghiti della stessa donna. Suzy–o. Ma senza rivalità. Con il suo arrivo, casa era diventata il punto di ritrovo di tutti i più giovani del Campo ma anche dei meno giovani. Alberto aveva già viaggiato e lavorato in altri paesi mi parlava della Turchia dove aveva, tra l’altro, lavorato con un medico, tale Sergio Rizzo.
Avrei conosciuto Sergione dopo 9 anni e sarebbe diventato uno dei miei migliori amici. Alberto scherzava con tutti e tutti avevano in simpatia quel ragazzo che riusciva a far sorridere tutti, anche il Centralinista (ed era tutto dire).

Tirava fuori musica di tutto il mondo e tutti gli riconoscevamo il merito ed il compito di gestire lo stereo di casa. Ma non solo quello. Er Marini de Roma era un frequentatore abituale (Ah regà... nun s’allargamo....), ma anche Luciano, il povero Luciano e Steve Sebille, e Daniele ed altri.
Eravamo il gruppo di cui Alberto era stato il catalizzatore.. Anche Ruccia, la cara Ruccia che passava spesso per un invito a cena o... per dircene quattro, in genere alle 7 di mattina, era una nostra fedele amica. Alberto mise in piedi la Scuola in un baleno, mi invitò a dar lezioni di Scienze, organizzò tornei di calcetto, mise in piedi una squadra di ragazzi zambiani.

Non si fermava mai, ed un ricordo che ancora conservo è di Alberto con pantaloncini blu, maglietta e scarpette che usciva di casa al trotto per andare al campetto. Ma anche se non andava al campetto quella era la sua tenuta preferita. Sempre pronto... non si sa mai... a dar due calci ad una sfera. Di quegli anni mi sono rimasti solo i ricordi degli amici e di quei momenti spensierati trascorsi in quel Campo immerso in un mare verde. Alberto, Renzo, Natalina, Luciano e Roberto e Steeve, e Gigi, e Ruccia, Daniele, Ramelli, Motta, Philip, Michael ed altri di cui non ricordo il nome. E ricordo il giorno in cui partendo, dopo le mie sofferte dimissioni, lasciai quegli amici con gran rimpianto, ed il Campo mi salutò, con la sirena...a lamento. Non rividi molte persone di quel tempo. Gigi e Ruccia una volta e con loro e per loro merito, ogni tanto mi sento. E Alberto con cui passai 3 giorni a Ventotene dove lavoravo nel 89 e una serata al festival della musica sudamaericana a Roma nel 94’.

Non incontrai piu Alberto anche se ci siamo sentiti ancora fintanto che era in Cina. Poi la vita ci ha... distratto, ma sapevamo entrambi che in qualsiasi momento ci saremmo reincontrati con piacere.
Un destino crudele non lo ha voluto. Ti ha portato via ma non ha cancellato quello che hai fatto e quello che hai lasciato in noi. Ti ho rivisto una sera...una sera da incubo, in televisione... per un attimo... e purtroppo eri tu.

Ogni altra parola è superflua...