Cina 1992 - Sichuan, cantiere di Ertan
1992: Alberto sbarca in Cina:
cantiere di Ertan, vicino alla città di Pan Zhi Hua, nella remota provincia del Sichuan, non lontano dal confine con
lo Yunnan, a circa 1000 Km a nord del Vietnam.
Anche questa volta è alle dipendenze dell’Impregilo, impegnata, con un consorzio internazionale di ditte, in un’impresa
di alta ingegneria: la costruzione della diga di Ertan, sul fiume Yalong.
Dall’Africa alla Cina lo sbalzo è enorme. Uno choc passare dal calore e dall’espansività africana
alla compostezza cinese.
Gli inizi sono difficili perché difficile è bucare il muro della gentilezza formale e della riservatezza della
gente. Dai racconti di Alberto (in Cina c’è stato 5 anni) si capisce che la Cina non è poi così “vicina”,
e che non è proprio quella dei nostri sogni rivoluzionari.
Alberto racconta che nei contratti con le imprese straniere i Cinesi sono molto attenti a salvaguardare l’occupazione
locale (ricordo la scena di un filmato registrato per documentare i lavori della diga, in cui, accanto all’uso delle tecnologie
più avanzate, si vede un’interminabile catena di lavoratori che si passano i mattoni, uno ad uno...), che i contadini
sono poveri, ma nessuno muore di fame, che, dall’epoca della Rivoluzione culturale, c’è un controllo capillare
del potere politico che fa arrivare i suoi funzionari anche nei villaggi più remoti. Alberto racconta della furia iconoclasta
della Rivoluzione culturale che aveva portato alla distruzione di simboli della passata civiltà, come preziosi templi
antichi, dell’egualitarismo portato agli eccessi e delle sue aberrazioni (una donna che lui aveva incontrato, punita in
un campo di rieducazione perché trovata in possesso di un pezzo di sapone, segno di vanità piccolo–borghese).
Alberto racconta anche delle straordinarie bellezze naturali di quell’angolo della Cina, del profondo rispetto per la
vita e l’armonia del cosmo della cultura millenaria dei Cinesi, della loro dignità, della loro disciplina interiore,
racconta di classi di 40 e più bambini in cui il maestro non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare...
Nel Cantiere di Ertan erano presenti molte nazionalità (più di 30: un piccolo–grande universo): Italiani, Spagnoli, Argentini, Francesi, Tedeschi... Oltre alla scuola italiana, c’erano anche la scuola tedesca e quella francese. Alberto mi aveva parlato più volte di un maestro tedesco diventato suo caro amico (anni dopo sarebbe andato a trovarlo in una zona assolutamente paradisiaca di Santo Domingo dove si era trasferito). Mi aveva raccontato che, come da copione, la scuola tedesca (con i maestri Escher e Torsten Herzog) era super–organizzata, fornita di attrezzature che anche i bambini e gli insegnanti italiani potevano utilizzare. La scuola francese era invece più defilata, forse anche per il dirigismo ed il centralismo del sistema d’istruzione francese (arrivavano regolarmente da Parigi i programmi da svolgere, precisi fino al dettaglio).
La scuola italiana era creativa, as usual.