Pakistan 1997 - Hattian
Nel 1997 Alberto
ritorna in Pakistan. Sono passati più di 15 anni da quella sua prima volta a Tarbela. E questa volta si fermerà
a lungo, con l’Impregilo prima, in Ambasciata poi.
Questa volta si fermerà fino alla fine.
Il Pakistan del fondamentalismo islamico ce lo fanno vedere ogni giorno in televisione e lo leggiamo sui giornali occidentali
che rimandano l’immagine a senso unico di un Paese popolato solo da terroristi e fanatici barbuti. Qui voglio raccontare
l’altro Pakistan, quello che Alberto conosceva ed amava, pur con tutti i suoi problemi, le sue tragedie e le sue contraddizioni,
quello che anch’io ho imparato ad amare attraverso i suoi racconti ed attraverso le parole dei tanti, cari amici che aveva
laggiù. Alberto il Pakistan lo conosceva bene, al di là di stereotipi e folclore.
Lo conosceva per averlo girato in lungo e in largo, là, dove i turisti non arrivano. Conosceva Peshawar e le zone di
confine.
La Peshawar dei campi profughi dove i pakistani (e questo i media non lo raccontano) hanno accolto per anni 6 milioni di profughi
afghani in fuga dalla guerra. Più volte aveva visitato le botteghe dove gli artigiani fabbricano qualsiasi cosa, anche
kalashnikov che, prima di vendere, fanno provare sparando in aria in mezzo alla strada... Conosceva il Kashmir dalle straordinarie
bellezze naturali, dove si congiungono le più alte catene del mondo:
il Karakorum, l’Himalaya e l’Hindukush. La vallata del Chitral – difficile da raggiungere e chiusa per diversi
mesi all’anno – era diventata una delle sue mete preferite: lì, anche attraverso una partita di calcio rimasta
mitica, aveva conosciuto persone speciali che Alberto lo portano ancora nel cuore.
Conosceva Lahore, la capitale culturale del Pakistan, città antica e piena di fascino, dove, attraverso i fratelli Peerzada ed il loro World Performing Festival, era entrato in contatto con la straordinaria ricchezza musicale, teatrale, artistica di questo Paese.