La tribù dell'Impregilo
Ancora in Pakistan, ancora alle dipendenze dell’Impregilo:
Alberto, parte di questa “tribù itinerante” che continua
a spostarsi di grande opera in grande opera, di Paese in Paese, di cantiere
in cantiere ...
Anche se il suo spirito nomade lo spingeva al viaggio, ad andare “oltre”, verso destinazioni ignote, la vita del
cantiere Alberto la conosceva bene e la viveva fino in fondo, facendo della scuola – come si è visto – non
solo un punto di riferimento educativo ma anche un centro di aggregazione e di promozione di iniziative per tutti.
Dei cantieri Alberto ci parlava come di un pezzo di Italia trapiantato nelle zone più lontane e più sperdute,
un “made in Italy” di cui essere orgogliosi.
Li descriveva come posti dove si lavora sodo, dove si è sempre “operativi”, dove è il valore professionale
ed umano delle persone – ingegneri o carpentieri o maestri elementari che siano – ad essere riconosciuto. Posti
di frontiera dove ci si inventa la vita e si costruisce lo stare insieme durante e dopo il lavoro: questa è la filosofia
che traspare anche dai tanti scritti della “tribù”.
Ho chiesto ad Angelo Cianci, veterano dei cantieri e memoria storica dell’Impregilo, Direttore amministrativo di Ghazi
– Barotha contractors, di raccontare questo speciale microcosmo che è stato la casa di Alberto per anni ed anni.
Questo è un estratto di quello che mi ha scritto.
La “tribù itinerante” dell’Impregilo
Chi siamo
Uomini dai 20 anni in su, con alcuni gloriosi veterani vicinissimi ai 70. Partiti dall’Italia per far su un po’
di soldi e pensare a “farsi la casa”. Ma anche per spirito d’avventura, perchè stanchi della routine
casa–bottega–casa, per girare il mondo...
Tra noi, oltre alle componenti femminili delle famiglie, anche donne professioniste impegnate per lo più nei settori
amministrativi, scuole comprese.
Ammogliati senza prole, ammogliati con prole, celibi, nubili, separati, divorziati, conviventi e non, legati temporaneamente
a partners locali o più che temporaneamente a compagne e compagni conosciuti in altri cantieri. In maggioranza Italiani,
soprattutto friulani, veneti (bellunesi) e valtellinesi. Ma anche: Argentini, Brasiliani, Inglesi, Irlandesi, Colombiani, Panamensi,
Ecuadoriani, Uruguagi, Rumeni, Pakistani, Indiani, Turchi, Egiziani, Siriani, Tunisini... (Chiedo scusa per le nazionalità
dimenticate); con coniuge/partner al seguito (magari conosciuti nel cantiere precedente) che vengono da: Tanzania, Nigeria,
Ghana, Mozambico, Burundi, Honduras, Venezuela, Russia, Regno Unito, USA, Cina, Thailandia, Singapore e Filippine: un gran bel
miscuglio di genti.
Come si vive
I campi Impregilo, la cui amenità è a volte limitata da ambienti naturali aspri, sono generalmente molto confortevoli;
l’azienda ha sempre cercato di renderci la vita più comoda possibile. Le abitazioni, la mensa, gli impianti sportivi,
le infrastrutture vengono costruite da noi durante la mobilitazione iniziale, con ampia discrezionalità per quanto riguarda
stile, qualità, colori e accessori.
Ciascun nucleo famigliare o celibe/nubile ha la sua privacy. Nel campo si è come una grande famiglia; un po’ campus,
un po’ circolo, un po’ kibbutz. Luoghi di ritrovo comuni, oltre alla mensa, sono il supermarket, il club, la piscina,
gli impianti sportivi. Nei grandi campi ci sono scuole, ospedali ed anche luoghi di culto Nei cantieri si lavora molto. Ci si
alza all’alba al rientro dei turni di notte. Colazione alla mensa e poi ognuno al suo posto di combattimento. Brevissima
sosta per il pranzo e di nuovo al lavoro. Al termine della giornata ci si ritrova al club per una birra. Generalmente si tratta
di celibi/nubili in quanto chi ha famiglia, di solito, rientra a casa.
Riposo la domenica o il venerdì e in occasione delle feste nazionali e religiose locali, a seconda della normativa del
paese ospitante. Nella laica Turchia di Ataturk (Padre dei Turchi) il riposo settimanale coincide con la domenica. Nei paesi
islamici si lavora anche nei giorni di Natale e Pasqua. La sola differenza con gli altri giorni lavorativi è una pausa
del pranzo un pò più lunga e un menù più in linea con la tradizione occidentale, preceduta da una
breve cerimonia con la consegna dei doni ai bambini davanti al classico albero illuminato. Giorno di celebrazione particolare
con una pausa anche per la Messa, il 4 Dicembre, Santa Barbara, protettrice dei minatori e assunta anche a protettrice dei cantieri.
In molti progetti l’attività non si ferma mai: uomini e macchine operano 24 ore su 24 per tutto l’anno,
ovviamente con i turni e il riposo previsti dalla normativa sul lavoro sia locale che italiana.
La sera che precede il giorno festivo rappresenta una pausa serena. A seconda della geografia dei cantieri, a cena possono esserci
anche piatti tipici copiati dalla cucine dell’etnia ospitante. Si può gustare: couscous, seviche, chicken tikka/tandoori,
ful e tamejia, zighinì, fasolada, kebab e via dicendo preparati a turno da signore provenienti da paesi diversi. Santa
Pasta non può mai mancare e, nei cantieri dove c’è il forno a legna, anche Santa Pizza. In alcuni cantieri
ubicati in zone dove la caccia era permessa alcuni andavano a pernici, francolini, cinghiali, gazzelle e perfino istrici. Non
avevo mai mangiato l’istrice; come lo preparava Fidale in Pakistan era veramente squisito.
Colleghi mi hanno parlato di battute di pesca miracolose fatte in Sud America; panieri colmi di trote dei fiumi che scendevano
dalle Ande in Argentina e Cile, dorados in Brasile e Uruguay. Da parte mia ricordo con grande nostalgia la pesca alla traina
nel Mar Rosso lungo la costa di Safaga assieme a Bagnara o durante le vacanze estive con i miei figli.
Cernie, carangidi, barracuda, kingfish, aguglie imperiali, tonnetti. Come ho detto il tempo a disposizione non era molto e si
doveva partire all’alba per coprire i 220 km di deserto che ci separavano dal mare, prendere la via del ritorno al crepuscolo
per essere in cantiere ad un’ora decente. L’indomani cominciava una dura settimana di lavoro.
Il club è frequentato da campioni di scopone. Di solito si fronteggiano coppie fisse di cui alcune “consolidatesi”
addirittura in cantieri precedenti. Tra i grandi giocatori dei cantieri dove ho vissuto, al sottoscritto giudicato pessimo,
direi quasi indecente giocatore, ritornano in mente i Saladanna, Lotto, Verilli, Caldani, Spacone, Gallera, Malvagna, Magnone,
Fantin, Tognini...
Alberto non era né cacciatore né pescatore; che io ricordi non era nemmeno molto interessato al tavolo verde.
Il suo rapporto con la natura era idilliaco, era quello dell’uomo di cultura, dell’amante degli spazi e delle vette,
dei dirupi e dei fiumi; il suo verde era quello degli alberi e dei prati e la competizione la cercava nello sport e sul verde
dei campi di calcio. Tuttavia Alberto provava simpatia per gli interessi, le passioni e gli hobbies che potevano avere gli “altri”.
Capiva come pochi che gli uomini non potevano essere eguali. Se era ambientalista lo faceva solamente per proprio conto. A Ghazi–Barotha
c’era chi nello spazio attorno alla casa coltivava un piccolo orto dove il basilico non mancava mai.
E così non mancavano pomodori, zucchine, rucola, cetrioli e insalate varie. Di notte c’era qualche piccolo furto
da parte dei non coltivatori.
Ricordo con un sorriso il “furto” di un’ unica anguria di cui si vantava Larkin (il nostro caro e sempre sorridente
Irlandese dell’Eire). L’orto di Ziggiotto ad Hattian era una meraviglia. Altrettanto lo era nel campo di Tarbela
quello di Bravo, mio vicino di casa prima che ci spostassimo al campo principale di Hattian.
Le cime di rapa come crescevano con lui non le ho mai avute neanche nel mio orto in Italia. E così lui, meridionale di
nascita e di cucina preparava squisite paste come le sanno fare tante nonne pugliesi.
Gli scherzi
Il clima “cameratesco” favorisce l’ideazione di scherzi così, tanto per passare il tempo e per divertirsi.
Alcuni scherzi sono rimasti celebri e si raccontano ancora, di cantiere in cantiere. Ad esempio la finta visita vescovile (con
annessa funzione, omelia e confessione, in particolare delle signore del campo) organizzata in un cantiere del Sud America con
meticolosità e professionalità “felliniane”.
Notarianni, convinto prima a mettersi con la sua Harley Davidson alla testa di un improbabile corteo di profughi, poi a farsi
prendere le misure per la cassa da morto dal carpentiere uruguagio Araujo a cui era stato da noi “affidato” tale
compito (si era in Egitto, allo scoppio della prima guerra del Golfo, una situazione non proprio tranquilla, le famiglie rientrate
in Italia a scopo precauzionale).
Uno scherzo che ricordo bene me l’ha fatto Lombardo ad Esna. Ero con lui dal barbiere, mi sono addormentato e, al mio
risveglio, mi sono ritrovato praticamente rapato a zero.
Una delle trovate più divertenti me l’ha raccontata un veterano del Sud America; erano state installate lampadine
multicolori sul tetto dell’abitazione di un collega, appena rientrato con la sposa dal viaggio di nozze. Le lampadine
si accendevano e lampeggiavano al ritmo delle sollecitazioni trasmesse al talamo dai due appassionati officianti.
E i buontemponi, intorno, a godersi gli effetti luminosi ...
Alcune figure rappresentative
Carlo Alberto Rossatti: aveva passato la settantina quando arrivò a Ghazi Barotha, direttamente dalla Patagonia dove
aveva lavorato alla costruzione dell’aereoporto di Ushuaia.La sua vita conta circa 25 cantieri in tutto il mondo. Ora
è in pensione nella sua Valtellina.
Giuseppe Morelli, valente topografo, faceva parte dei tre scouts inviati a Esna, nell’Alto Egitto per preparare la mobilitazione.
Con lui c’era Bestagno, destinato a fare il Capo Impianti e il sottoscritto, Direttore Amministrativo. Per un mese intero
andammo avanti a mangiare pane (ovviamente arabo), pomodori e cipolle. Di sera mancava spesso la luce. Seduti su una panca nella
piazzetta (in seguito battezzata Piazza Morelli) parlavamo di lavoro, delle possibilità di cambiare menù e ovviamente
di donne. Oltre alle donne Morelli amava anche bere e fumare. Bacco, tabacco e venere.
Mi hanno detto che non è più di questo mondo; io lo ricordo con grande affetto...
L’Ing. Giovanni Angelini, grande progettista e costruttore di ponti. Lo ebbi come capo (era il Project Manager) durante
lo smobilizzo del Progetto Kinaly–Sakaria Motorway and Second Bosforo Bridge. Nel corso di un precedente lavoro in Lagos
era stato vittima, assieme ad altri colleghi, di un assalto di delinquenti che li avevano picchiati a sangue. In ospedale aveva
contratto una grave forma di epatite che, anni dopo, ne provocò la morte. Caro grande capo Angelini!
Dovrei citarne molti e molti altri. Chissà che, prima o poi, non trovi il tempo per ricordare e scrivere dei tanti colleghi
e amici con cui, nei cantieri esteri dell’Impregilo, ho condiviso esperienze molto importanti sul piano professionale
ed umano. Uomini abituati a lavorare duramente, uomini che sono morti, feriti, tenuti in ostaggio dal governo ospitante per
questioni di pagamenti, uomini rapiti da bande di fuorilegge (ultimo in ordine di tempo Lucio Moro, rapito e liberato in Nigeria
dal MENDE), uomini che continuano a tenere alto il nome dell’Italia. Rientrato in Italia senza Aerei dell’Aeronautica
Militare e senza che politici o giornalisti politicizzati andassero alla scaletta dell’aereo...
L’ultimo pensiero è per Alberto: siamo a maggio ed è tempo di asparagi: “us e spars”; uova e asparagi di Tavagnacco inaffiati da vino di quello buono. Caro amico Alberto: quanto sarebbe bello ritrovarci, tutti noi di Ghazi Barotha, assieme a te, nel tuo Friuli davanti ad un bicchiere di Cabernet Franconia o a un Tocai del Collio. E per finire un goccio di Picolit vero, per brindare alla tua vita semplice ma grande, al tuo perenne sorriso. Ciao Alberto!
Angelo Cianci