Gabriella Manconi
Cara Daniela,
sono Gabriella, la collega di Alberto dell’Ufficio Visti. Ho sentito così tante volte Alberto parlare di te che
mi sembra di conoscerti. Tuo fratello ed io trascorrevamo molte ore della giornata insieme. Avevamo un bel rapporto di amicizia
che si era sviluppato nel tempo e si basava su molte cose: stessa età, tutti e due ex insegnanti e figli di insegnanti,
tutti e due in Pakistan da una vita, stesso orientamento politico, stesso
amore per i viaggi e le culture diverse, stesso carattere riservato. I primi mesi che era entrato a lavorare all’Ufficio
Visti lui scalpitava un po’, diceva che non aveva mai lavorato tanto in vita sua... Poi si era appassionato e qualche
giorno fa aveva proprio detto che il lavoro gli piaceva e lo faceva volentieri. In ufficio faceva sportello dalle 9 alle 2 con
una pazienza che aveva dell’incredibile: io lo chiamavo Santo Alberto
e a volte lo sgridavo un po’ perchè era troppo gentile – ma si può essere poi “troppo”
gentili?– Gli altri due colleghi, Dino e Bruno, lo ammiravano perchè non perdeva mai la pazienza (non puoi capire
cosa vuol dire avere a che fare con il pubblico qui – è praticamente impossibile mantenere la calma – eppure
lui lo faceva e, instancabilmente, spiegava le cose ed era amabile anche con i più rompiscatole).
Faceva anche una marea di altre cose: non gli piaceva troppo stare al computer ma per il resto era lui che metteva a posto tutte
le carte e si occupava delle cose più rognose. Lo avevo aspettato con ansia al ritorno dalle sue ferie perchè
sapevo che solo lui sarebbe riuscito a dare un aspetto decente all’ufficio,
e così è stato! Era partito ad agosto veramente stanco ma al rientro lo avevo visto allegro e pieno di energie,
felice all’idea del festival di Lahore che stava organizzando. Aveva detto: Sai che viene mia sorella? È la prima
volta in tutti questi anni che sono fuori che viene a trovarmi!”
Ti voleva un bene dell’anima, Daniela, era così orgoglioso della sua sorella neo–scrittrice e ci aveva portato
in ufficio l’anno scorso il tuo libro, raccontandoci del successo che aveva avuto. Parlavamo ogni tanto dei nostri genitori,
che trovavamo invecchiati ogni volta che si tornava in Italia e lui diceva che prima o poi sarebbe dovuto tornare a vivere vicino
a loro perchè... “ho sempre chiesto troppo a mia sorella e a Franco, devo fare anch’io la mia parte con i
miei...”.
Era commovente la dolcezza con cui parlava con loro quando lo chiamavano nel pomeriggio in ufficio. Troppe cose mi vengono
in mente di lui che vorrei raccontarti.
Qui aveva un sacco di amici, di cui due pakistani veramente intimi, Adnan e Mohsin. Era con loro a cena la sera di venerdì
7. Adnan lavora in banca ed è stato trasferito di recente ad Hong Kong (è partito ieri), Mohsin ha un ristorante
dove Alberto pensava di organizzare una serata musicale durante il festival. Hanno entrambi dimostrato un attaccamento incredibile
in questi giorni, passando giorni e notti all’ospedale e alla palazzina a sperare fino all’ultimo.
E poi tutti gli altri, di varie nazionalità, il ragazzo africano rifugiato che lui manteneva agli studi, i compagni di
calcio, le varie coppie di amici con i quali trascorreva belle serate in compagnia, le ragazze che avevano un debole per lui,
le più svariate persone che hanno avuto a che fare con Alberto per diversi motivi e sono stati colpiti dalla sua gentilezza
e generosità, dalla serietà e integrità morale (non so se lui approverebbe
questi termini, forse è lì che sorride, ma la verità è che non conosco nessuno che non apprezzasse
Alberto per tutte queste sue doti). Ho fatto un sogno due giorni dopo il terremoto. Arrivavo su un’isola tropicale con
dei colori estremamente vividi, bellissimi, sulla spiaggia dei ragazzi suonavano musica reggae. Qualcuno mi diceva “questa
è l’isola di Alberto”. Ed è lì che mi immagino tuo fratello Daniela, è lì che
si riposa e gioca a pallone e sente musica e ci sorride.
Un abbraccio forte.
Islamabad, 18 ottobre 2005