Caterina Galluzzi
Un Peter Pan giramondo
Alberto amava il cambiamento. Ogni tanto però lo sorprendevo a pensare un po’ più spesso alla stabilità
e notavo il suo desiderio di rincorrere la felicità senza forse volerla raggiungere veramente.
Credo che amasse di più scoprire le persone e i luoghi.
Alberto si nutriva dell’energia dei posti che abitava. In qualsiasi luogo fosse andato, qualche tipo di passione sarebbe
nata: passione per una donna, passione per una cultura, per un luogo, passione per uno sport, passione per la musica.
Alberto vibrava di passione, il suo fisico asciutto e nervoso ne era la testimonianza.
Alberto mi ha insegnato la necessità di andare avanti, nonostante il dolore ed il perpetuo domandarsi. Mi ha insegnato
a non arrendermi, a non lasciarmi dominare dalle sovrastrutture sociali che tendono ad appiattire ogni individualità.
Era così contrario a qualsiasi tipo di regola, le uniche regole che accettava erano quelle del calcio… Alberto
ed io ci siamo immediatamente riconosciuti come due anime simili. Tra di noi la connessione delle emozioni era, talvolta, più
forte di quella di migliaia di parole.
Attraverso i suoi appassionati racconti, Alberto mi ha mostrato la vita, le culture, i popoli, la musica. Ma soprattutto attraverso
il ritmo vitale di ogni piccola e fugace, ma mai priva di significato, occhiata che lanciava sul mondo circostante.
Alberto mi ha insegnato l’importanza di osservare il mondo e di lavorare su me stessa per preservare le mie particolarità,
i miei sogni, i miei valori.
Sapevo che Alberto capiva (e condivideva) le mie paure di crescere, la mia tendenza, conflittuale, ad evitare e, nonostante
ciò ad assumermi responsabilità, il mio quotidiano interrogarmi sulle ragioni profonde delle mie scelte.
Alberto mi ha incoraggiata ad affrontare i miei fantasmi ed io lo ho ascoltato, sapendo che quelle erano le parole di un vero
“ticcha”, maestro. Entrambi scappavamo da relazioni durature, ma da soli non potevamo stare, e quindi poi ci consolavamo
con degli amori fugaci, clandestini. Ticcha era il suo nomignolo: glielo avevano dato i suoi alunni africani. Alberto soleva
chiamarmi “Ciaku”: gli ricordavo la riottosità, l’orgoglio e la cautela tipica di un giaguaro.
Alberto è stato per me un amico spirituale e una delle anime più gentili che io abbia mai incontrato.
Alberto ed io avevamo spesso delle divergenze ma erano costruttive e ci aiutavano a rispettarci reciprocamente ancora di più.
Sebbene in disaccordo, non permettevamo che le nostre differenze offuscassero la magia della nostra amicizia.
Obiettavo le osservazioni pungenti di Alberto, ed il suo modo di esprimere i suoi pensieri a volte così sarcastico e
critico. Adesso mi mancano tutti questi momenti!
Avevamo adottato uno speciale strumento di comunicazione tra di noi. Spontaneamente, senza accorgersene, avevamo inventato un
linguaggio semi–criptico. Avevamo cominciato a parlare e scriverci utilizzando una varietà di parole composte da
diverse lingue fuse insieme, arricchite da addizioni onomatopeiche e mescolate con scampoli di memoria. Che buffe conversazioni!
Credo che Alberto amasse pensare a se stesso come uno degli ultimi autentici Peter Pan, sopravvissuto, ma forse anche vittima,
degli effetti destabilizzanti dell’era in cui viviamo. Mi consola pensare ad Alberto–Peter Pan che si libra nell’aria,
alleggerito dalle difficoltà terrene. Ma il mondo ed io abbiamo ancora bisogno della sua presenza.
Una volta Alberto mi raccontò di aver appeso un trittico al muro del suo appartamento di Islamabad: Che Guevara sulla
sinistra e Bob Marley sulla destra. “E nel centro?” mi chiese…. io esitai. La sua fotografia, orgogliosamente,
spiccava tra le due icone.
Ci scambiavamo frequenti sms: frammenti di vita reale e privata, pensieri immediati, momenti della filosofia ludica e della
saggezza pratica e popolare di Alberto.
Come conclusione il suo ultimo sms, salvato sulla memoria del mio cellulare... 06 Ottobre 2005 saluti da un po’ “attempato”
Peter Pan…”
Khartoum, marzo 2006