Il libro

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Storia di un gabbiano

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Adnan Meraj "Citiboy"

Sono certo che tutti coloro che hanno avuto il piacere di conoscere Alberto concorderebbero sul fatto che fosse davvero un uomo “ispirato”, un uomo che viveva la sua esistenza in un modo in cui la maggior parte di noi può solo aspirare a vivere. Era uno spirito libero, che si godeva la vita appieno e aveva delle esperienze da condividere, su una vasta gamma d’argomenti. Posso onestamente affermare che ho imparato molto circa la vita e come uno dovrebbe viverla, da Alberto Bonanni. La prima volta che incontrai Alberto fu quando mi trasferii a Islamabad, nel 2003, e siamo diventati grandi amici per il nostro comune interesse per il calcio e il tennis, tra le altre cose. Solo col tempo mi sono accorto che Alberto aveva il dono unico di poter stare con gente di diversa estrazione, senza problemi di età, razza o stato sociale – tutti erano amici di Alberto. Lo conoscevano bene i diplomatici come i camerieri dei vari ristoranti di Islamabad, che sempre apprezzavano le sue attenzioni e lo salutavano contenti. La natura avventurosa di Alberto l’ha portato in tutto il Pakistan. Ha anche aiutato a organizzare un viaggio in Chitral (Pakistan del Nord) per realizzarvi un torneo di calcio per beneficenza, in collaborazione con l’Ambasciata Britannica. Fu allora che cominciò a chiamarmi ‘Citiboy’, poiché fino ad allora non avevo ancora visto la meta più esotica del Pakistan. Data la sua personalità, il saluto normale di Alberto, ogni volta, era “Ciao Citiboy… tennis/cenetta?” e ogni volta che rispondevo di essere bloccato al lavoro (molto spesso), andava avanti onorandomi con qualche frasetta tutta italiana, tipo “Eh, Citiboy… tu sei un somaro… goditi la vita… sempre a lavorare… figa!”.

A volte, lui stesso spariva… significava che aveva trovato le attenzioni di qualche donna.
Gli piacevano, e aveva molto rispetto, per “donne con forte personalità e interessanti”, ma credo che alla fin fine non gli interessasse molto la stabilità. Era molto divertente quando, dopo qualche tempo, gli chiedevi come stesse andando la sua relazione e in generale ti rispondeva “eh… è troppo forte per me”. Un altro personaggio interessante che mi ha presentato è stato Waris, un massaggiatore, meglio noto come “Commander Four”. Era un appuntamento fisso di Alberto, a Islamabad, specie dopo una partita di calcio. Sebbene Waris non fosse in grado, in realtà, di parlare inglese, Alberto riusciva a trovare un modo per comunicare: per esempio, invece di dire “dopodomani” quando fissava un appuntamento con lui, diceva “doppio domani” – ingegnoso!! La sera prima del tragico terremoto, avevamo cenato insieme con Alberto e altri nostri buoni amici, Moshin e sua moglie. Doveva essere una sorta di cena di commiato per me e per mia moglie , dato che stavamo per trasferirci a Hong Kong. Durante la cena, Alberto ci parlava del progetto di sua sorella Daniela di venire a Islamabad per un concerto che stavano organizzando e di altri suoi progetti.

Alberto abitava in un edificio proprio di fronte al nostro e dopo cena, l’abbiamo lasciato davanti a casa e ci siamo messi d’accordo per vederci l’indomani prima della nostra partenza per Hong Kong.
La mattina seguente, tutto era cambiato. Nonostante avessimo già sentito altri terremoti a Islamabad, questo fu più forte e sembrava non volesse terminare mai.
Quando finì, corsi giù dalle scale per vedere l’edificio di Alberto crollato. Abbiamo cercato di chiamarlo, sperando che fosse partito per Lahore la mattina presto, come nei suoi programmi iniziali. Purtroppo, il suo telefono era spento e abbiamo temuto il peggio. Nei giorni successivi, gli sforzi per salvarlo andavano avanti e tutti pregavamo per Alberto. Eravamo in qualche modo sicuri che avesse una personalità troppo forte, persino per il terremoto, ma alla fine siamo stati smentiti e le nostre preghiere non sono state ascoltate. Alberto è stata una delle persone più popolari e amate che abbia mai incontrato e gli piaceva spaziare anche al di fuori del suo ambiente per conoscere la gente. Il trabordante riscontro e la pura incredulità della sua assenza sono la testimonianza di quanta gente abbia toccato. Vorrei dire che non c’è giorno che qualcosa non mi faccia ricordare di lui – magari una semplice partita di calcio in TV con la sua beneamata Inter, o una canzone di Bob Marley. La sua assenza sembra ancora surreale ed è come se fosse semplicemente partito per una lunga vacanza. Improvvisamente mi telefonerà, un giorno, dicendo: “eh..ciao somaro... cenetta all’Orient?”. Insomma, Alberto era proprio speciale e non c’è così tanta gente di cui uno possa dirsi orgoglioso di aver conosciuto. Sarà sempre nei nostri pensieri e sono certo che lui è lassù a guardarci (magari ascoltando una canzone di Bob Marley), e dicendo “eh... non possono parlare di me”.

Hong Kong, marzo 2007