Mauro Pagani
Si va a Lahore
L’idea mi frullava nella testa da tempo: Mauro Pagani a quel Festival ci doveva proprio andare! Era sicuramente lui il
musicista italiano più adatto, perchè il più attento e sensibile alle “musiche delle periferie”,
perchè il più convinto che – come ha detto Ry Cooder –: “non c’è suono che non
sia contaminato, perché tutte le musiche del mondo si “parlano” da sempre e da sempre si sono mescolate...”.
Con Alberto ne avevo parlato più volte. Lui aveva fatto da tramite
con i fratelli Peerzada, rimasti impressionati dalla magia di “Creuza
de mä”. Risultato: il 24 novembre 2005 Mauro avrebbe dovuto suonare
al Festival con i suoi musicisti:
Giorgio Cordini, Joe Damiani, Max Gavanizza, Eros Cristiani, Badarà
Seck e con Silvia Posa, Luisa Cordini e Giorgia Fazzini al seguito. Anch’io
sarei dovuta partire con loro e, per la prima volta in assoluto, avrei raggiunto
il mio caro fratello giramondo fuori dall’Italia, nel suo habitat
naturale.
Alberto stava preparando tutto con cura: voleva che per me, per Mauro, per noi tutti quel viaggio fosse veramente speciale.
Ci aveva trovato una sistemazione in una grande casa messa a disposizione da un amico e aveva contattato tanti musicisti per
accompagnarci, oltre che ai concerti ufficiali, a conoscere i suoni, le voci e gli strumenti più particolari di quel
Paese pieno di musica. All’inizio ero entusiasta e strafelice. Poi, all’avvicinarsi della data, quel viaggio me
lo sentivo pesare addosso, come fosse un dovere a cui non potevo sottrarmi. L’8 ottobre ho capito perché.
Da subito la proposta di Alberto e i suoi amici di andare a suonare in Pakistan aveva acceso in noi mille entusiasmi e qualche sotterraneo timore. Da un lato il Festival, i migliori musicisti da tutto il paese, la possibilità di poterli ascoltare e magari di suonare con loro; e poi Alberto, e la sua promessa di farci conoscere e capire gli aspetti più belli e nascosti di quel luogo incredibile e per molti versi irraggiungibile. Dall’altro le sottili e spesso inconfessate paure che un posto così alieno di questi tempi quasi inevitabilmente ti evoca. Un posto nel quale credo sia difficile riuscire a comunicare in tempo utile a uno che ti sta guardando male che tu sei un occidentale “buono”, ammesso che la frase abbia senso, solo un musicante un po’ suonato e di buoni propositi e non un pezzo di merda che arraffa tutto quel che vede e spara a tutto ciò che si muove, come molti dei “bianchi” che di questi tempi si incontrano da quelle parti. Naturalmente ci ingoiammo ogni esitazione e ci mettemmo a lavorare alla cosa, cominciando a contare i giorni che mancavano.
Poi, una brutta mattina il disastro, il dolore per Alberto, lo stupore per l’enormità dell’accaduto e insieme la soffocante sensazione di aver mancato per un battito di ciglia un’apocalisse terrificante, che aveva di colpo messo al loro giusto posto le nostre miserevoli paure.
Cosa dire, cosa pensare? Certo siamo avvisati sin da piccoli, che tutto può succedere. Milioni di bambini, in ogni parte del mondo, troppo presto lo scoprono. I più fortunati, come io sono stato, crescono protetti, avvolti in una bambagia di favole e baci sparsa tutt’intorno dai grandi nella speranza di allontanare il più possibile il doloroso giorno in cui ognuno scopre di essere solo una bestiola, in balia non si sa di cosa. Da allora passi il resto della tua vita a chiederti perché, non ogni giorno ma quasi, o almeno a cercar di capire. Come se ci fosse davvero qualcosa da capire.
Osserviamo accadere intorno a noi cose nemmeno raccontabili mescolate senza ordine apparente a milioni di carezze, fremiti e battiti d’ali, ognuno perfetto, figlio diritto di ciò che l’ha originato. Camminiamo scrutando l’infinito, schivando pianeti e zanzare senza nemmeno saperlo e senza sapere chi ci mangerà: corriamo, subiamo, anche se non vogliamo combattiamo per qualsiasi cosa e, arrivati a sera vivi, ringraziamo il Caso per aver avuto un occhio di riguardo. In fondo, per averci risparmiati.
Milano, luglio 2007