Nel "Mondo di Alberto" la metamorfosi post-crisi
di Giorgio Boatti
La Provincia pavese - 7 dicembre 2008
Forse ci vuole proprio una maestra per rendere semplici le cose difficili. Ci vuole una maestra elementare per far accettare
- per esempio - che il dolore, anche quello più irreparabile della perdita di una persona amata, possa trasformarsi in
speranza. Possa diventare, da ferita che scava tristezze, una forza: capace di trasformare, rendere lievi, mettere in movimento
verso gli altri. Non a caso una maestra che insegna nelle scuole pavesi, Daniela Bonanni.
Daniela Bonanni dimostrare che tutto questo possibile offrendoci, dopo il libro che aveva dedicato a Bruno Morani, il suo compagno
scomparso, un nuovo testo splendido e commovente, "Il mondo di Alberto". Chi è Alberto? Alberto - alle spalle
una vita di cooperante internazionale e insegnante che lo ha portato in tutti gli angoli del pianeta - è il fratello
di Daniela.
È stato ucciso a soli 46 anni da un disastroso terremoto a Islamabad l’8 ottobre 2005. Dopo aver percorso questo
libro, che è una specie di coloratissimo aquilone di pensieri e ricordi, non riesce davvero possibile parlare di quest’uomo
coraggioso e tenerissimo al passato. Quasi davvero se ne fosse andato per sempre.
Dentro questo libro, confezionato come un mosaico, ogni pagina, ogni testimonianza, ogni immagine rievocano la grandezza e la
semplicità che possono stare dentro una sola vita affrontata senza timori. Aprendosi fiduciosamente al mondo. E, non
a caso, dentro "il mondo di Alberto" vi è spazio per tutto. Per i luoghi - dall’Africa all’America,
dalla Cina al natio Friuli o a Pavia - scoperti e racchiusi per sempre nel suo cuore. Vi è spazio per sfide professionali
e nostalgie, per le ironie e per i legami di amicizia e di amore.
Quella di Alberto è una grande e semplice parabola esistenziale su cui bisognerebbe chiamare a riflettere tutti in modo
pubblico soprattutto in una realtà quale quella pavese connotata, grazie all’università, da tanti giovani
alla ricerca della propria strada nella vita.
Una riflessione resa tanto più urgente dal momento che si sta vivendo, segnato da una crisi che, per quell’aggettivo
- "economica" - che ossessivamente le viene appiccicato, finisce col perdere la sua connotazione più vera.
La sola che può misurarne la profondità ma, anche, indicare insperate vie d’uscita. La crisi che stiamo
attraversando - ha ragione il rapporto del Censis diffuso in questi giorni che parla di un Paese severamente messo alla prova
ma, anche alla vigilia di una possibile "seconda metamorfosi" - è infatti di quelle che investono, ancora prima
delle dinamiche economiche, il senso delle nostre vite. La tenuta stessa delle nostre comunità, ad ogni livello.
E se la prima metamorfosi fu il "miracolo economico", frutto della volontà di crescita e di ricostruzione di un Paese azzoppato dalla guerra, la possibile "seconda metamorfosi" sarà - lo dice De Rita, il padre nobile del Censis - assai più complicata e difficile. Vediamo infatti, anche in quella frazione del Paese che è rappresentata dal nostro territorio provinciale, quante nuove variabili si inseriscono in uno scenario apparentemente lento a cambiare in superficie ma che è già da oggi un pezzo di futuro catapultato nella nostra quotidianità. Forse per questo non solo non troviamo risposte - risposte serie - agli scenari in corso ma neppure sappiano porre le domande giuste su quanto accade. Né ci riesce un confronto non stereotipato su una realtà, quale quella di questa provincia, che non è più quella che spesso ci raccontiamo. Né tantomeno una delle "cento città" che formavano quel tessuto in fondo omogeneo del Bel Paese al quale ora si stanno sostituendo le "toppe" variegate, e quanto mai dissimili, delle sei o sette "megacittà" diffuse: Roma e Napoli, Milano e Palermo, il Nord-Est e qualche altro polo di metropoli diffusa. Quelle che costituiranno, nel bene e nel male, la nuova ossatura dell’Italia di questo secolo. Megacittà di cui la Grande Milano è già una delle espressioni e di cui noi siamo spicchio non fondamentale certo ma, neppure, elemento così irrilevante e distaccato come continua a percepire la politica locale.
Se non si comprende questo - anche davanti all’assalto di dieci uomini armati in una logistica di Torre d’Isola
e ad altri fatti di cronaca locale, o a cospetto di dinamiche territoriali sempre più complesse - continueremo a rimuovere
la realtà. Ci convinceremo che - essendo al lembo della metropoli - questo è quello che ci "deve" cascare
addosso. Inevitabilmente. O, ancora più risibilmente, ci si inventerà risposte basate su una "politica della
sicurezza" dove l’imperativo sarà far fare la faccia feroce ai vigili urbani.
E’ tempo invece di guardare alle metamorfosi che stanno avvenendo nel Paese e nella concretezza di questo territorio.
Dunque attorno a noi, nelle nostre vite. Solo che tutti - politici e giornalisti, insegnanti e genitori e via via elencando
- stentiamo a rendercene conto. A differenza degli Alberto che andavano in giro per il mondo a scrutare il nuovo, noi, il nuovo,
soprattutto se non ci piace, non lo vediamo. Neppure quando sta sotto le finestre di casa.