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Friuli nel mondo

Alberto Bonanni: cittadino del mondo, orgoglioso delle radici friulane

di Luigi Piccoli
Friuli nel Mondo - Febbraio 2009

Sabato 8 ottobre 2005: un devastante terremoto colpisce il Pakistan. Una catastrofe dalle proporzioni immani: più di 70 mila i morti, tra cui molti bambini. A Islamabad, crolla un unico palazzo. Lì abitava Alberto Bonanni, originario di Casarsa. Il suo corpo viene ritrovato quattro giorni dopo.
Alberto fu l’unica vittima italiana. Aveva 46 anni. Come ricorda la sorella Daniela, “eravamo tutti e due, in fondo, molto “friulani”: la tenacia, il senso del dovere, una dose di ruvidezza e di riservatezza di fondo. La stessa voglia di muoversi, di far succedere le cose, di mettere insieme le persone. Lui che non ha mai avuto la patente e che girava il mondo andando nei posti più lontani, là dove i turisti non arrivano. Lui che si mischiava alla gente con lo spirito di chi (le parole sono di Stefano Tassinari) “...si sente a casa dappertutto senza mai mettere radici in un destino...”. Le strade del mondo gli si aprirono proprio con il Pakistan, nel 1981, quando era poco più che ventenne. Alberto ci arriva per caso, per insegnare ai figli dei dipendenti dell’Impregilo, impegnata nella realizzazione di una grande diga. Cominciò subito, d’istinto, ad appassionarsi ai bambini, alla didattica, alle relazioni umane. Nel gennaio del 1983 Alberto arriva al Cantiere dell’Italstrade– Torno di Karakaya, non lontano da Dyarbakir, nel Kurdistan turco. L’avventura africana del casarsese giramondo comincia invece nel 1987. Un’esperienza che lo segna profondamente. Tre anni vissuti nello Zambia: nel Cantiere di Mwense con la Cogefar di Milano impegnata nel Progetto “Mansa – Mwense – Nchelenge Road”, quindi a Lusaka, la capitale, presso la scuola “De Amicis”. E poi un anno in Tanzania, nel Cantiere di Mlandizi con le ditte C.M.C. e Italstrade. 1990: una scuola in Cile, cantiere di Pehuenche con la Cogefar – Impresit. Ed è stato un periodo di grande e intenso viaggiare (Equador, Argentina...). E nel 1992 Alberto sbarca in Cina: cantiere di Ertan, vicino alla città di Pan Zhi Hua, nella remota provincia del Sichuan, non lontano dal confine con lo Yunnan, a circa 1000 Km a nord del Vietnam. Anche questa volta è alle dipendenze dell’Impregilo, impegnata nella costruzione della diga di Ertan, sul fiume Yalong. Nel 1997 Alberto ritorna in Pakistan.

Sono passati più di 15 anni e questa volta si fermerà a lungo, con l’Impregilo prima, in Ambasciata poi. Alberto, parte di questa “tribù itinerante” che continua a spostarsi di grande opera in grande opera, di Paese in Paese. La vita del cantiere Alberto la conosceva bene e la viveva fino in fondo, facendo della scuola non solo un punto di riferimento educativo ma anche un centro di aggregazione e di promozione di iniziative per tutti. Dei cantieri Alberto parlava come di un pezzo di Italia trapiantato nelle zone più lontane e più sperdute, un “made in Italy” di cui essere orgogliosi. Li descriveva come posti dove si lavora sodo, dove si è sempre “operativi”, dove è il valore professionale ed umano delle persone – ingegneri o carpentieri o maestri elementari che siano – ad essere riconosciuto. E infine il lavoro in Ambasciata: nell’Ufficio Visti si sentiva utile, si rendeva conto di poter svolgere un lavoro importante, con il rigore necessario (le regole vanno rispettate) ma anche con quella dose di pazienza e di umanità che alla fine semplifica e migliora la vita di tutti. Ad un anno dalla morte di Alberto, nell’ottobre 2006, la Regione Friuli Venezia Giulia, su richiesta dell’Associazione “Il Noce” di Casarsa, in collaborazione con l’ONG Intersos, ha erogato uno stanziamento di 40 mila euro per la realizzazione del “Centro di aggregazione Alberto Bonanni” con spazi gioco e aggregativi nella località di Ghanool, Distretto di Mansehra (Pakistan), dotato di biblioteca, postazione multimediale, sale incontri e di giochi attrezzati nell’area esterna. Un segnale importante di ritorno alla vita. Chi volesse sostenere questo Centro può contattare “Il Noce” (ilnoce@tin.it / tel. 0434 870062) e utilizzare il c/c presso la BCC S.Giorgio e Meduno (IBAN IT 44F088 0564 8100 0300 8015333). Un modo concreto di ricordare un friulano che da 25 anni portava nel mondo la sua competenza e la sua professionalità, ma soprattutto viveva quei sentimenti, quei valori e quell’umanità che caratterizzano i figli della nostra terra.

Un libro viaggiatore per proseguire un impegno solidale

Un libro viaggiatore, proprio come Alberto. Un libro ideato e voluto per andare oltre il dolore e per non dimenticare. Un libro pensato per ricomporre il “mondo di Alberto”: un mondo di incroci e di colori, di pace e solidarietà. Un libro scritto a centinaia di mani da quelli che Albertol’hanno incontrato in qualche angolo di mondo e che con lui hanno condiviso pezzi di vita. Un libro da far passare di mano in mano, per ricordare, per far incrociare di nuovo facce, storie, discorsi, emozioni...Un libro destinato a far da ponte tra genti e culture diverse. Parla di un giovane maestro, diventato poi dirigente scolastico e funzionario d’Ambasciata: una specie di gabbiano che ha sfiorato tante terre e tante persone, lasciando a chiunque l’abbia conosciuto un pezzo di sé. Come scrive la sorella Daniela, anche lei insegnante come il fratello Franco, la mamma Maria e il papà Leonardo (originario di Raveo), è un libro che andava scritto semplicemente perché è una storia collettiva che va raccontata e conservata. Alberto amava mischiarsi con le persone, quelle vere, quelle che incontrava in ogni parte del mondo e con cui condivideva tempo e passioni, pane e cultura. Era orgoglioso delle sue radici friulane, da sempre cittadino del mondo. Ed è dal mondo che continuano ad arrivare messaggi pieni d’affetto, ricordi e dolore. Da Saadaan, suo “fratello pakistano”, da Miguel, l’argentino, da Felicita, italo–brasiliana ora quasi laureata, che ricorda il suo maestro “…per il cuore e la passione che ci metteva”, da Anna che ci ha scritto, affranta, dal Venezuela. Tutti ci restituiscono l’immagine di un Alberto generoso, animatore di mille attività… Immagine confermata anche da un commosso Ambasciatore italiano che da Islamabad, pochi minuti dopo il ritrovamento del suo corpo, si è espresso in lodi tali da costringere mia madre, da brava madre friulana, ad interromperlo: “Ma non dica cose così esagerate. Faceva solo il suo lavoro”. Per dar coraggio alla sorella Daniela, che con tanta passione ha raccolto in oltre 300 pagine centinaia di intensi ricordi, abbiamo scritto che quando le capiterà di sentirsi sola pensi che in quel preciso momento, in qualche parte del mondo, ci sarà qualcuno che, con la commozione in gola, starà sfogliando le pagine di questo libro. (L.P.)